La consegna di aiuti di EUcraina a Kherson, raccontata dalla giornalista Roberta Bennato per L’Adige – Quotidiano indipendente del Trentino Alto Adige (20 agosto 2026)
Il furgone di EUcraina carico di aiuti è diretto a Kherson, attraversa campi dove i girasoli sono ormai a testa bassa, stanno sfiorendo. Si va veloci sul lungo rettilineo di asfalto liscio, protetto dal tunnel di reti che tiene lontano i droni russi: per quanto siano tecnologicamente sofisticati (ogni giorno di più, e chissà a che punto arriveranno) non sanno ancora evitare di impigliarsi nelle maglie di questi sistemi di difesa rudimentali ma efficaci. Le reti coprono anche quasi ogni strada della città: passiamo davanti a una sfilza di case dall’aria polverosa, di occasionali macerie, di insegne sopra negozi con la porta sbarrata. Le macchine sono rare, i pedoni rarissimi. A Kherson sono rimasti 60 mila abitanti, a fronte dei 280 mila che ci vivevano prima dell’invasione russa. Si pensa all’espressione ritrita «città fantasma». Ma qui la vita resiste, anche se si deve nascondere.
Parcheggiamo davanti al reparto di traumatologia dell’ospedale Tropinykh. Scendo tenendomi l’elmetto calcato in testa con una mano e guardando timorosa verso il cielo, in cerca di droni. E se ne vedo uno? Mi dicono che dovrei scappare. Ma dove? Sotto un albero, una cosa così, vedi tu. Ma se proprio non trovi un riparo, appiattisciti a terra (della serie, meglio di niente). La mia paura è nuova, non la so gestire e mi rende goffa. La paura degli infermieri e del primario usciti ad accoglierci, invece, è vecchia di anni e perciò si traduce in movimenti ottimizzati e poche chiacchiere. Non indossano protezioni speciali come noi, ma normali camici (quello di un’infermiera è coperto di Paperine della Disney). Spiccio e indaffarato, il primario sorride felice quando vede il materiale che gli abbiamo portato – medicine, traverse per i materassi, iniezioni pronte all’uso. All’interno, dove domina la penombra perché le finestre sono oscurate da pannelli in compensato, c’è un acquario dove nuotano pochi pesci colorati. Un uomo magro sdraiato su un letto in corridoio – il reparto ospita più di 30 persone ma i posti sono solo 26 – guarda la catena di infermieri e volontari che si passano gli scatoloni. Parliamo con una signora anziana con gli occhi azzurri, che si mette a piangere quando le chiediamo se, una volta guarita, continuerà a vivere a Kherson. Osservata dalle compagne di stanza ugualmente mogie, siede composta nella sua vestaglia a fiorellini: non riesco a non guardare la manica da cui dovrebbe uscirle un braccio, che non c’è perché l’esplosione di un drone glielo ha amputato di netto, all’altezza della spalla.

Avvicinandosi all’ospedale pediatrico si passa sotto lunghe frange di corda annodata, che ricordano quelle allegre e tintinnanti di certe case dall’arredamento colorato, ma che a Kherson servono a ostacolare il volo dei droni. La direttrice – rossetto rosso, sorriso rassegnato – ci viene incontro a passo svelto e ci fa segno di entrare veloci, senza indugiare all’aperto. Dentro, mentre parliamo, si sente un’esplosione lontana: sussultiamo, ma la conversazione continua. Però andiamo nei sotterranei, che fanno da rifugio: è qui che tutte le sere, alle otto e mezza, vengono trasferiti i bambini ricoverati per non doverli svegliare in caso di allarme. Ci sono diverse stanze, anche una sala giochi, lunghi corridoi con i tubi che corrono sul soffitto. In qualunque altro paese sarebbe un posto lugubre, ma in Ucraina, a Kherson, stare qui sottoterra dà sollievo. Entriamo in una stanza dove un’anestesista sta stendendo un telo blu sull’incubatrice in cui riposa un bambino: è nato troppo presto, ha bisogno di buio e silenzio per rimettersi in forze. In questi sotterranei cupi e desolati, sopra i quali succede il finimondo, lui ha trovato un angolo di pace.
Ad accompagnarci nel giro c’è anche Sasha. Si ricorda di quando da bambino veniva all’ospedale per fare gli esami del sangue. Gli dico seriosa: sarà cambiato tutto. Ride: in realtà mi sembra sempre tutto uguale. Lo seguiamo nella sede dell’associazione «Forti perché liberi», dove lui e altre decine di volontari fanno giocare i bambini e fanno loro scuola in uno spazio protetto, e cioè sottoterra. È contento dei guantoni da boxe e degli attrezzi sportivi che gli lasciamo, con i quali i ragazzi potranno allenarsi come si deve. Decine di ciabattine stanno allineate sotto i disegni appesi al muro: ce n’è uno con un’anguria dipinta a tempera, il frutto per il quale era nota la regione di Kherson in tempi migliori.
Roberta Bennato
