A Kyiv fa un certo freschetto, piacevole per un italiano abituato a trenta gradi afosi. Ma il fresco per gli ucraini è un presagio sinistro, perché qui già ci si preoccupa per il prossimo inverno. È l’argomento ricorrente in ogni conversazione. Nella capitale, durante i mesi più freddi, si arriva facilmente a meno venti gradi, e capita che persino le vecchiette abituate a camminare da equilibriste scivolino sulle lastre di ghiaccio che ricoprono i marciapiedi. Il sole non si vede praticamente mai, si alza (per modo di dire, perché rimane nascosto dietro alle nuvole) verso le dieci e tramonta alle tre, senza scaldare.
Durante lo scorso inverno i bombardamenti russi hanno danneggiato pesantemente il sistema di approvvigionamento energetico, e questo, tra le altre cose, ha causato: bambini costretti alle lezioni online perché le scuole erano gelide (lo racconta la madre di due adolescenti che vive in una villetta a est del Dnipro, un fiume che sembra una foce da tanto è largo); sveglie alle tre di notte per far partire la lavatrice durante le poche ore giornaliere, due o tre, in cui la corrente è disponibile (lo racconta uno straniero che presto se ne andrà perché non ne può più del clima, e di tutto il resto); appartamenti in cui la temperatura non riesce ad andare oltre gli otto gradi (lo racconta un’attivista tanto arrabbiata quanto stanca); i ristoranti che quando la corrente non c’è propongono i «blackout menu», cioè composti da soli piatti freddi; ostelli che si fanno pubblicità scrivendo a caratteri cubitali sulla propria pagina internet «abbiamo l’energia!».


La rete ucraina, già pesantemente danneggiata, secondo molti non potrà sopportare ulteriori attacchi, che la farebbero collassare del tutto. Certo, c’è chi confida ancora in un intervento incisivo del governo (o, alla peggio, nel cambiamento climatico, che potrebbe far alzare un po’ le temperature), ma c’è anche chi teme che i russi stiano aspettando i primi freddi per assestare il colpo di grazia. Di sicuro, quello che i russi stanno già facendo, è cercare di prendere gli ucraini per sfinimento. Se annichilirli sembra ormai fuori dalla loro portata (nel 2022 Putin promise che l’«operazione speciale», cioé l’invasione, avrebbe portato a una conquista-lampo), puntano a esaurirli, togliendo loro anche le cose quotidiane che si danno per scontate, come una casa calda, una lavatrice che va, una strada illuminata. O una spesa fatta bene: una settimana fa i missili russi hanno colpito i magazzini dei supermercati Slipo, dove perciò ora mancano alcuni prodotti. Quello che ho visitato io scarseggia di banane, cipolle, mele, formaggio, di alcuni tipi di bibite e di pesce. «Il problema si risolverà in pochi giorni» mi rassicura (con l’aiuto di Google Translate) la gentile signora bionda che sta sistemando gli scaffali, «ma fai una foto ai cestini vuoti, così anche in Italia li potete vedere», questi inquietanti indizi di guerra – che è capace di annidarsi un po’ dappertutto, persino in un frigo.
La paura di Maria nel rifugio antiaereo
Su L’Adige – Quotidiano indipendente del Trentino Alto Adige il racconto di un incontro in un rifugio a Kyiv.
Nel rifugio dellhotel in pieno centro a Kyiv arriva una ragazza pallida come un fantasma. Le lenti degli occhiali le ingrandiscono gli occhi già sgranati. Ha portato con sé una sportina di tela con il logo di una libreria parigina, che probabilmente contiene le cose necessarie a passare una notte all’addiaccio. Immagino: una piccola torcia, una batteria per ricaricare il telefono, il telefono ovviamente, una coperta e un cuscino gonfiabile se è ottimista e pensa di poter riuscire a dormire nonostante la paura.
Poggia diligentemente la borsa accanto alla sua sedia pieghevole, una delle tante disposte a semicerchio ai piedi di una parete protetta da sacchi riempiti di sabbia.
Nella stanzetta che in tempi di pace è verosimilmente una lavanderia (in un angolo staziona un’asse da stiro) c’è anche un orso di peluche gigante, forse per non farci deprimere troppo.
La ragazza si chiama Maria. È la seconda volta che la incontro stanotte, perché stanotte è già la seconda volta che suona l’allarme antiaereo e che ci ritroviamo
sedute una di fronte all’altra, assonnate e in pigiama, nel rifugio che dovrebbe proteggerci da un eventuale attacco aereo russo. Gli ucraini hanno finito le batterie di missili intercettori (gli ormai famigerati Patriot), e i russi hanno intensificato gli attacchi con missili balistici (costosi, ma velocissimi), che sempre più spesso accompagnano quelli fatti con i droni (economici, ma relativamente lenti). Questi commerci tra nazioni hanno conseguenze enormi, globali, che solo fini analisti di geopolitica saprebbero spiegare, ma anche minuscole, come ad esempio far ritrovare me e Maria (e una sua amica, e una signora estone tremante con un cuscino da cervicale attorno al collo, e il suo silenzioso marito) chiuse in questa stanza ad aspettare che l’allarme finisca.


Parliamo, e Maria mi dice che è in città per partecipare a un festival di musica elettronica. I biglietti per l’evento sono andati esauriti in poco tempo, anche se ultimamente gli allarmi aerei nella capitale sono quotidiani e si ripetono più volte in un giorno. Mi stupisco ad alta voce della strana immagine evocata nella mia testa dalle sue parole (nelle quali quasi inciampa, è nervosa): che strano passare in un secondo dall’euforia della festa all’angoscia della guerra. Al mio stupore risponde la sua amica, che se ne sta seduta annoiata, quasi rilassata, come a sfidare una situazione tanto più grande di lei. Con un mezzo sorriso mi dice: «E che cosa ti aspetti? Che smettiamo di vivere?». La conversazione viene interrotta dal cessato allarme, si scatta subito in piedi per tornare ognuno alla propria camera. Ma in corridoio riesco a dire all’amica spavalda che ho cercato informazioni sul festival sul mio telefono: sembrava bello! Sì, è stato bello – concorda. Anche se ad un certo punto la musica si è fermata – aggiunge -, zittita dall’ululato della sirena che segnalava l’arrivo di uno sciame di droni.
Le persone che un momento prima stavano ballando, un momento dopo si sono ritrovate chiuse nei rifugi. Non so cosa sia peggio – le dico interdetta – se i missili che hanno minacciato noi stanotte o i droni che hanno minacciato loro al festival. Ci pensa un attimo, con la stessa espressione tranquilla di chi sta scegliendo tra una gita al mare o in montagna, e, come se mi stesse rispondendo che preferisce il mare, mi risponde che sono peggio i missili: «Con i droni almeno hai tempo di scappare. Buona notte!».
Terza sirena (e terza levataccia). L’inconscio inizia a riconoscerla (con l’irritazione che si mischia alla paura) prima che la mente sia lucida. Questa volta nel rifugio scendiamo solo io e Maria, la sua amica e gli altri rimangono a letto. Maria riconosce che ormai, dopo quasi cinque anni di guerra, molti ucraini sono diventati fatalisti e sempre meno spesso si rifugiano negli shelter. Però si vede che lei, anche se è ucraina, è spaventata – le dico. Allora mi racconta quel che le è successo due anni fa.
A Lviv (Leopoli), dove vive, il governo ucraino aveva avvertito che i russi stavano preparando un attacco pesante (brutto segno, quando il governo anticipa un allarme). E l’attacco, quella notte, effettivamente si verificò. Svegliata dalla sirena, nel suo letto al piano alto di un palazzo, si stava già precipitando giù dalle scale quando un missile balistico centrò un edificio distante un solo chilometro: attraverso le vetrate «ho visto tutto il cielo diventare rosso» per il fuoco dell’esplosione. Dopo una simile spettacolo, dice, non ce la fa proprio a levarsi di dosso la paura. E poi a Lviv, che è lontana dalla Russia e vicina alla Polonia (il confine con l’Unione europea è a soli 70 chilometri), «succedono cose brutte anche perché la gente, pensando che la situazione è più tranquilla rispetto all’est del paese, ormai non va più nei rifugi». L’ultimo attacco sulla città infatti risale a poco fa, al 30 luglio: sono arrivati 22 missili, uno dei quali ha centrato un palazzo di appartamenti uccidendo almeno dieci persone tra adulti e bambini.
Anche Yuri, che parla un perfetto italiano dopo tanti anni di lavoro per la comunità di Sant’Egidio in Ucraina, come Maria crede che sia pericoloso ostentare indifferenza davanti al suono della sirena. Si è trasferito a Lviv da Kyiv poco dopo l’invasione del 2022, con la moglie incinta, per cercare un posto che fosse più lontano dal fronte rispetto alla capitale, più sicuro. La guerra però non è finita, e gli ucraini non possono ancora dirsi al sicuro. Ma gli ucraini sono anche stanchi, e se non possono dirsi al sicuro, possono almeno immaginare di esserlo, fingendo di avere una vita normale
– una vita dove si va alle feste, dove si dorme nel proprio letto, dove si dà per scontato che anche domani inizierà un altro giorno.