Martedì 1 settembre, su L’Adige – Quotidiano indipendente del Trentino Alto Adige il racconto della consegna degli aiuti a un’unità di MedEvac.
Sasha ha uno sbaffo di sangue sul braccio, ma non se n’è accorto. Ha 26 anni, a 19 è entrato nell’esercito come soccorritore paramedico. Lo racconta come se nulla fosse: «Stavamo bevendo un caffè, io e il mio amico, e ci siamo decisi». Il suo amico ora è morto, caduto combattendo contro i russi: mi mostra una sua foto dove sorride, con un berretto in testa e un mitra in mano.
Sasha e i suoi compagni MedEvac – i soccorritori dell’esercito ucraino, dall’inglese medical evacuation – ci guardano mentre parcheggiamo nello spiazzo polveroso davanti alla loro base, al tramonto, dopo un viaggio durato mezza giornata. Sembrano sfiniti, dalla tristezza più che dalla fatica, hanno le stesse facce che si vedono a chi torna dal funerale di un parente stretto – non di un genitore anziano, piuttosto di un figlio ancora giovane. Venti minuti prima che arrivassimo hanno soccorso un soldato ferito, che è riuscito a raggiungerli dopo aver camminato per chilometri con una ferita profonda alla mano: ha perso qualche dito, poteva andare peggio. Sono contenti delle cose che abbiamo portato per loro: power station e apparecchi Starlink (non bastano mai, i droni russi li distruggono per rendere difficili le comunicazioni), scorte di tourniquet (un laccio emostatico d’emergenza, che può evitare la morte per dissanguamento, ma solo se lo si stringe così tanto da far male), zainetti con il necessario per il pronto soccorso. Hanno bisogno di queste cose perché i soldi che ricevono dal governo non sono abbastanza, nonostante la condizione dei soldati al fronte sia sempre più dura. Ci raccontano che da tempo non si avanza, né dalla parte degli ucraini né da quella dei russi, e che la guerra si è incancrenita in una sfida tra droni, che volano in cerca di soldati nascosti nelle buche del terreno (dove a volte restano per settimane, mesi). Questi macinini, che noi siamo abituati a vedere sopra le teste degli sposi ai matrimoni, qui sorvolano terre fangose e alberi grigiastri, in cerca di un uomo da stanare. Lo vediamo sul tablet che ci porge Maxim. L’inquadratura si avvicina a un albero, ecco le foglie, poi appare una nuca, infine il segnale sparisce sostituito dalla scritta «video interrupted»: il drone è esploso.
Fumano tutti, una sigaretta dietro l’altra. Elena – che guida il gruppo e cerca di rendere più accogliente questa casa-base appendendo vasi di petunie e cucinando in abbondanza – ne fuma di sottili. Se ne accende una che nemmeno ha finito di cenare (si è seduta a tavola più per farci compagnia che per fame, mi pare). Ci mostra sul suo telefono le foto dei soldati che non hanno potuto aiutare: un ragazzo completamente bruciato da una bomba termobarica, ridotto a un cadavere nero; frammenti carbonizzati dove in un ramo rinsecchito si riconosce una mano. È difficile continuare a mangiare la cena buona e abbondante che ci ha preparato: carne ricoperta di formaggio, eccellenti pomodori, persino due torte elaborate come quelle delle pasticcerie, una alla crema e una al cioccolato, con gli zuccherini sopra. Mangiamo nel cortiletto di quella che era una casa contadina, su sedie e sgabelli tutti diversi e tutti sbilenchi (su alcuni Sasha ha messo dei tappetini per renderli più morbidi e un po’ più belli). Ormai è sera. Finita la cena degli ospiti (noi stranieri), inizia la cena dei padroni di casa (i soccorritori), che prendono il nostro posto al tavolo (troppo piccolo per farci sedere tutti insieme). Andrej si avventa su una tazzona di latte mentre un compagno appende una lampada all’albero che si sporge sulla tavola. Finiscono di cenare in fretta, alcuni si mettono la giacca militare e partono per le loro postazioni segrete vicine al fronte. Non Maxim, che resterà con noi per la notte. Nel giardino buio si siede silenzioso e fuma una sigaretta, accesa con lo Zippo che tiene appeso alla cintura. Poi si alza, piega un tovagliolo, lo passa con cura sul tavolo per togliere le briciole, infila sotto il tavolo le sedie e gli sgabelli su cui sedevano i compagni, o le allinea sotto l’albero, sul terreno irregolare. Sta per entrare in casa, ma prima indica il gatto bianco e nero che lo ha preceduto veloce e mi dice le prime parole di tutta la sera, in ucraino, ma capisco che mi vuol far sapere che quel gatto è loro. E infatti lo trovo dentro, in un angolo del corridoio, davanti a tre ciotole: una con l’acqua, una con il latte, una con il pollo tagliato con cura a pezzettini.
Roberta Bennato