ODESSA – Con la guerra, pezzi interi di città sono spariti nel nulla come se fossero stati tagliati via dalle mappe e dalle geografie personali degli abitanti. Non solo i monumenti, impacchettati e avvolti da sacchi di sabbia per evitare che l’artiglieria russa decida di farli sparire. A essere cancellati sono quartieri, strade, palazzi legati in qualche modo alla storia e al potere dell’Ucraina, e che a un certo punto di quest’ultimo anno le autorità hanno deciso che fosse meglio interdire a chiunque.

A Kyiv, passeggiando di sera alle spalle di piazza Indipendenza, è solo con una torcia elettrica che è possibile ammirare le targhe dedicate a chi, nel febbraio del 2014, fu colpito dai cecchini che cercavano di fermare le manifestazioni di piazza. L’intero quartiere è oscurato, e basta muoversi verso l’alto, dove c’è il quartiere dei palazzi e delle istituzioni politiche, per trovarsi bloccati da barriere di cemento. Dei fari bianchi scattano minacciosi appena ci si avvicina al posto di blocco, una specie di muro luminoso che impedisce di avanzare. Questioni di sicurezza, il presidente e tutte le altre istituzioni si trovano al di là di questa luce.

Anche a Odessa si fanno i conti con pezzi di città tagliati fuori dalla vita comune. La famosa scalinata Potemkin, insieme a un grosso pezzo di parchi e di palazzi nelle vicinanze, è stata chiusa con gli stessi blocchi di cemento e checkpoint che si trovano in tutta l’Ucraina. La scalinata è considerata la porta d’ingresso della città al mar Nero, che adesso però è del tutto invisibile e inaccessibile. A volte fa capolino una linea d’orizzonte, ma gli odessiti (quelli che non lavorano intorno al mare) sono stati tagliati fuori dalla stessa ragione d’esistere della propria città.

Togliere il mare dall’anima di chi lo abita però non è facile. A Odessa il mare si respira anche senza vederlo: i ristoranti offrono aringhe e altre specialità locali, e il vento è saturo di umidità fresca e salmastra, il marchio di fabbrica del mare. Il porto di Odessa è la sua ragione di esistere, quello che ha regalato agli abitanti della città un carattere comune a tutte le città portuali, un modo di fare sempre aperto al mondo e poco incline alle rigidità di chi sta nell’entroterra. Odessa durante la guerra continua a vivere a modo suo, con caparbietà e con quell’atteggiamento di sfida verso chi invece vorrebbe gli abitanti della città piegati, impauriti, al riparo da bombe e blackout. Il mercato principale di Pryvoz, con i suoi banchi di pesce affumicato e fresco, di frutta e verdura, di spezie di ogni tipo e di vestiti, è sempre affollatissimo, mentre la sera gli odessiti sfruttano fino all’ultimo minuto disponibile prima del coprifuoco per riempire i locali e bersi un bicchiere.

La sera della vigilia del Natale ortodosso, il 6 gennaio, va in scena un musical tratto da “La notte prima di Natale”, racconto di Gogol in cui l’eroe, il fabbro ucraino Vakula, prende a bastonate il diavolo per farsi portare a Pietroburgo e chiedere all’imperatrice Caterina II le sue scarpette, per regalarle alla donna di cui è innamorato e sposarla. Teatro pieno, molti bambini, molte risate. Alla rappresentazione c’è anche Nina Rohova, sorridente insegnante di russo per persone di mezza Europa, che racconta di altre rappresentazioni andate in scena durante i blackout: “Una sera, all’Opera, c’era un concerto della Filarmonica. Hanno continuato a suonare nel buio tra le luci delle torce e tutto il pubblico applaudiva e rideva. Penso che Odessa sia così, è piena di energie e non ci facciamo rubare la nostra voglia di felicità da Putin.”

A proposito di Caterina II, che ha fondato Odessa e ha deciso di dare l’accezione femminile al nome che le era stato proposto, quello di Odisseo. Pochi giorni fa la sua statua è stata rimossa dal centro della città, ai margini della zona chiusa di sicurezza. La rimozione è arrivata alla fine di un lungo dibattito tra chi voleva dare un segno di cambiamento e superamento del passato russo, e chi invece quel passato non vuole rinnegarlo, pur rimanendo ucraino nel presente e nel futuro. Questo è un caso in cui un pezzo di storia della città non è stato tolto per questioni di sicurezza, ma per i suoi legami con la Russia. A Odessa, città di porto e frontiera, passato e presente, cultura ucraina e cultura russa sono un tessuto ancora in lavorazione. Piccoli pezzi di storia che costruiscono quella più grande.

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