Il primo giorno di missione si sosta nella città più vicina al confine con la Polonia, Leopoli (Lviv), che – un po’ per pregiudizio positivo, un po’ perché è così – appare tutto sommato pacifica. Come fosse la città di un paese che non è in guerra, che persino potrebbe non essere in Ucraina: molti palazzi sono in sinuoso stile art noveau, quasi viennesi (c’è una Wiener Kaffeehaus), l’aria generale è da vecchia Europa.
Ma anche Leopoli è in guerra. Il primo segno dell’ingrata situazione sono i generatori, grossi parallelepipedi che ogni tanto prendono vita iniziando a emettere un rumore basso e costante. Sono giallini, verdini, rossi, per ogni gusto. Alcuni sono personalizzati con il logo del negozio davanti al quale stazionano – ad esempio, cheesburger qualcosa. Fuori dal convenience store – dove una scatola di fusilli Barilla costa 75 grivnie, cioè un euro e cinquanta – un tizio si appoggia al generatore del negozio per mangiarsi un panino. C’è un parallelepipedo anche fuori da un ristorante elegante, dove i camerieri in camicia versano il vino tenendo il braccio piegato dietro la schiena. Probabilmente ne è invece sprovvisto il caffè Atlas, vicino al municipio, visto che ad un certo punto un cameriere accende due candele alte, romantiche, con la cera già fusa e risolidificata, in un gesto che pare d’altri tempi, che fa pensare a un vezzo ricercato del locale, e che invece è un prosaico segno di elettricità saltata. Infatti in una sala c’è una famiglia che pranza al buio: lo scuro è pesto, il legno antico che copre le pareti non aiuta a rischiararlo. Al tavolo c’è un bambino, si passano i piatti tranquilli, sembrano usciti da un quadro (ma perché non accendono un’altra candela? perché non usano la torcia dell’iPhone? che ci sia qualcosa di piacevole in questa lentezza imposta?).
Sopra la biblioteca pubblica due olandesi in vacanza (sono all’ultimo giorno di uno strano viaggio in Ucraina) annodano nastri verdini a una rete, aiutati da un’asiatica in Birkenstock, da una signora quasi anziana, da un signore del posto molto intento e un po’ gobbo. Una volta coperta di nastrini (servirebbe trovare un sostantivo più bellico), la rete servirà a coprire un carro armato o altro, a scopo di «camouflage» (spiega il signore molto intento). I due olandesi avranno passato i trent’anni, ma sono all’opera con entusiasmo infantile. Non hanno detto alle loro famiglie dove si trovano. Il giorno prima erano a Kiev: lì c’è una «different vibe», dice uno, perché è molto sovietica; lì «you won’t sleep», dice l’altro, riferendosi alla sirena dell’allarme aereo che ultimamente suona spesso (ma il suo amico minimizza).
E come quando si parla del diavolo il diavolo appare, poco dopo risuona l’allarme aereo, il primo sentito nel viaggio. Si può dire a che ora precisamente perché a segnalare gli alert c’è anche un’app, che hanno tutti: il pericolo inizia alle 17.45, finisce alle 18.13. Ma la sirena ululante suona solo per segnalarne l’inizio e la fine. E comunque, nessunissima delle persone in strada le presta attenzione, o smette di fare quel che sta facendo. Sull’app tutta la cartina dell’Ucraina si accende di rosso: l’allarme è in tutto il paese, che è grande il doppio dell’Italia ma con la metà degli abitanti (erano di più prima della guerra, ma milioni se ne sono andati): ecco forse spiegato il fatalismo di questa indifferenza.
In una bella piazza del centro c’è una manifestazione per chiedere che Fedorov torni ad essere ministro della difesa, o che almeno Zelensky spieghi meglio il perché del suo licenziamento. Sono 22 giorni che ci si riunisce qui, ogni sera. Ci sono decine di persone, poche, ma quasi tutte giovani, dall’aria innocua e istruita (su un cartella c’è la danza di Matisse con le facce dei ministri incollate su quelle dei danzatori), anche qualche bambino. Sono tutti seri. Dei ragazzi spiegano, tranquilli e sicuri di ciò che dicono, che sono qui perché non vogliono andarsene dal loro paese: «We wanna live, not leave» dicono (l’involontario gioco di parole li fa ridere). Lavorano come programmatori di computer, o almeno ci provano visto che la più giovane è al momento disoccupata. La più vecchia ha i capelli verdi e 35 anni, come Fedorov. Ha dovuto lasciare la città dove viveva, a est, perché i continui allarmi e attacchi hanno reso impossibile viverci. La manifestazione va avanti compostamente, senza dar da fare agli annoiati «poliziotti del dialogo» (sulle pettorine c’è scritto così, non portano armi). Gli attivisti hanno cura di non inciampare nei lumini rossi accesi sotto le foto di alcuni soldati morti, che stan lì silenziosi a vegliare, a rimproverare, ad attendere loro malgrado l’arrivo di nuove fototessere dei morti, che son già troppi: i tremila posti del cimitero militare di Leopoli sono stati tutti occupati, se ne è dovuto aprire un altro.