Giornata storica per l’Ucraina, ieri. No, non per un avvenimento di guerra, ma per qualcosa che ne definisce l’identità e il percorso verso il futuro. Andriy Yermak, fino al novembre scorso capo dell’amministrazione presidenziale e persona più potente dell’Ucraina (dopo il presidente, forse) è stato imputato di riciclaggio e associazione a delinquere e sottoposto alla misura dell’arresto in carcere. Potrà avere la libertà condizionata, con tanto di braccialetto elettronico e limiti nei movimenti e nei contatti, se sarà versata una cauzione che il giudice ha stabilito in 140 milioni di grivnie, quasi tre milioni di euro. Le accuse, ritente fondate dal giudice delle indagini preliminari che ha deciso la misura cautelare, sono di aver partecipato all’associazione criminale che raccoglieva e gestiva tangenti (la famigerata “banda Mindich”) e di aver usato i soldi delle tangenti per costruire un villaggio residenziale (dove, apparentemente, aveva un suo interesse personale). Nell’udienza, durata più giorni, la procura ha presentato le prove raccolte pazientemente per mesi dal NABU, (l’ufficio investigativo indipendente anticorruzione). Il NABU e la procura hanno anche rivelato come Yermak continui ad avere contatti e influenza su numerosi ministri e sui capi del SBU ( il potente servizio di sicurezza dell’Ucraina), che che lui stesso ha fatto nominare, sulla base della fedeltà alla sua persona. È risultato perfino che Yermak, dopo essere stato indagato e aver dato le dimissioni, ha ricevuto informazioni riservate sulla famiglia e su un bambino del capo del NABU. Insomma, un sistema di potere dentro le istituzioni, che gestiva i proventi della corruzione, che si manteneva e difendeva usando le agenzie investigative e il procuratore generale e attaccando e minacciando coloro che, nell’esercizio delle loro funzioni, indagavano sulle loro azioni. Oggi, un giudice indipendente, dopo giorni di udienza in cui si sono espressi accusa e difesa, ha preso una prima decisione, costringendo Yermak al carcere o a pagare milioni e a mettersi il braccialetto, come un imputato qualsiasi. Il procedimento è solo cominciato, altri fatti potranno emergere, l’imputato avrà ampio modo di difendersi e alla fine un libero tribunale deciderà in merito. Sono proprio questa apparente normalità, questo monotono procedere della giustizia, che costituiscono un evento rivoluzionario. La persona più potente del Paese, la più protetta, temuta e inattaccabile, scoperta a approfittare della sua posizione è chiamata a risponderne davanti a un giudice e alla comunità tutta, come un comune cittadino. Qualcosa di inimmaginabile fino a poco fa in Ucraina, dove resisteva la cultura e la prassi della corruzione come parte inscindibile del potere politico. È questo lo Stato di diritto che distingue le democrazie dalle autocrazie e dalle tirannie. È per questo che gli ucraini sono scesi in piazza con le bandiere dell’Europa nel 2013 e 2014 e lo scorso luglio. È questo ciò che Putin più teme e che non può permettersi ai confini del suo impero. Procedere su questa strada non è stato e non sarà facile, richiede sacrifici straordinari, al limite dell’eroismo, purtroppo. Richiede il nostro sostegno, politico e concreto, fatto di risorse, incentivi, buoni esempi. È questa la scelta che definisce l’Ucraina, che segna il suo futuro come Paese democratico che ha scelto l’Europa. Anche in guerra, certamente. Soprattutto in un Paese in guerra, dove chi rischia la vita lo fa per un Paese libero e indipendente, non preda di pochi. Provate a parlare con chi sta al fronte e sentite cosa pensa della corruzione che ammorba ancora le istituzioni. Due notazioni finali. Il presidente Zelensky non è indagato e non risulta coinvolto nei fatti. Questo è certamente rassicurante. Sarebbe apprezzata una sua presa di posizione chiara sulle persone a lui molto vicine come il suo amico Timur Mindich, capo dell’organizzazione criminale, fuggito in Israele, l’inseparabile Yermak e i vari ministri coinvolti nel caso. E sul fenomeno di corruzione organizzata emerso in modo incontrovertibile dalle indagini. Finora il suo unico atto è stato quello di firmare senza esitazione la legge votata precipitosamente nel luglio scorso che doveva bloccare l’indagine e tutta l’attività del NABU. Salvo poi dover essere rimangiata a seguito delle proteste giovanili. Una scelta di campo è ora dovuta, il silenzio potrebbe suonare come debolezza, se non complicità. 140 milioni di grivnie di cauzione non sono poca cosa, inarrivabile per un comune cittadino. Yermak li troverà e non andrà in carcere. Ha ancora molti amici. Sarà interessante vedere chi li pagherà e capirne la provenienza. Non è inutile ricordare che, secondo le risultanze dell’indagine NABU, il gruppo Mindich si attivò lo scorso anno per il pagamento della cauzione giudiziaria di 120 milioni di grivnie per il ministroOleksii Chernyshov. Sarebbe il colmo ora se la cauzione per la libertà di un presunto riciclatore e corruttore fosse il provento, riciclato, di tangenti. Lo stato di diritto, l’affermazione della democrazia richiedono costante vigilanza. E tanto coraggio. Che in Ucraina, per fortuna, non manca. Giovanni Kessler 15 maggio 2026